By: Alessandro Zoni / 8 Settembre 2026
Il 1° settembre il rendimento del titolo di Stato giapponese a 10 anni ha toccato il 3%, livello mai visto dal 1996. Non è un allarme inflazione: l’inflazione giapponese è sotto target, e l’asta dello stesso giorno ha registrato una domanda solida. Il movimento riflette piuttosto un premio a termine più alto, legato ai piani di spesa espansiva del governo Takaichi e a un debito pubblico che il Ministero delle Finanze stesso sta ricalcolando a costi di servizio più elevati.
Sul fronte tassi, la Bank of Japan ha portato il costo del denaro all’1% a giugno, massimo dal 1995, dopo anni di politica ultra-accomodante. Il mercato prezza oggi una probabilità attorno al 60% di un ulteriore rialzo di 25 punti base alla riunione del 17-18 settembre, anche per contrastare uno yen debole che continua a pesare sui prezzi import.
Qui entra in gioco il carry trade: da anni gli investitori si finanziano in yen a basso costo per investire in asset a rendimento più alto altrove, incassando la differenza di tasso. La convenienza dell’operazione dipende da due condizioni: un differenziale di tasso ampio e uno yen stabile o in deprezzamento. Quando queste condizioni si rompono, come accadde nell’agosto 2024, la corsa a ricomprare yen per chiudere le posizioni può alimentarsi da sola e trasmettersi rapidamente ai mercati azionari globali.
Ad oggi lo yen è passato da quasi 164 yen per dollaro a fine luglio a circa 156-157 a inizio settembre, tra sospetti interventi delle autorità giapponesi e attese di rialzo BOJ. Le case di intermediazione, per ora, giudicano limitato il rischio di un unwind di massa: anche con un rialzo a settembre, il differenziale di tasso tra Stati Uniti e Giappone resterebbe ampio a sufficienza da mantenere il trade conveniente. Il margine di sicurezza, però, si sta restringendo rispetto a un anno fa.
Per un portafoglio diversificato la lezione pratica non è anticipare un nuovo agosto 2024 come scenario base, ma tenere sotto controllo l’esposizione, diretta o indiretta tramite fondi ed ETF, a strategie che dipendono da uno yen debole e da tassi giapponesi contenuti.
Nella figura in basso vedere l’aumento del rendimento del bond a 10Y del Giappone

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